lunedì 21 maggio 2012

RICORDI DI BORGATA

Gli amici Grazia Nobile e Pippo Visconti scrivono oggi per noi testimonianze di come si viveva nelle borgate di un tempo. I loro ricordi dei giorni d'infanzia sono legati al quartiere, dove ci si conosceva tutti, si stava quasi sempre in casa (magari per ristrettezze economiche) ed allora anche l'arrivo di venditori ambulanti o altro, veniva vissuto come una piccola festa...
Ringraziandoli per il loro contributo al Blog, vi invito a leggere quanto segue :

IL POSTINO DELL'ACQUASANTA
Fra le tante cose vissute da piccola, che riaffiorano nella mia mente , ce n'è una in particolare che ricordo con un sorriso. Abitavo nella zona dell'Acquasanta, in una stradina... Ci conoscevamo tutti, a prescindere che nella stessa palazzina, costruita dal mio bisnonno, eravamo tutti parenti. La sera era un riunirsi di zie, cugini e parenti vari e si trascorreva il tempo a parlare, a scherzare, a raccontare...
Amavo di giorno affacciarmi al balcone a primo piano e piccolina com'ero, ero sempre incuriosita da tutto ciò che avveniva nella strada. L'appuntamento fisso dell'uomo grassoccio che veniva da Monreale a vendere il suo pane e che mi faceva un pò paura (aveva un "panzuni" enorme), gridando : "PANI RI FURMENTU !" Poi c'era quello che vendeva le arancine (uso apposta il femminile perchè per noi palermitani si chiamano così) e notavo che aveva una grossa palla dietro il collo... Il fruttivendolo che "abbanniava" le sue prelibatezze, il pescivendolo al quale mia madre si rivolgeva con attenzione per avere del pesce fresco, il tizio che veniva da Carini a vendere il suo olio e il vino. Persino un gioielliere che veniva a domicilio, gentilissimo e sempre pronto a far vedere il suo oro. Ma una cosa in particolare era indimenticabile : l'arrivo del postino.
Cominciava dalla punta della strada a gridare i vari cognomi per consegnare la posta e ad ogni cognome faceva una piccola satira.
Quando arrivava per consegnare la nostra posta (ci chiamiamo Nobile) diceva così : "A MEGGHIU VITA A FANNU I NOBILI"... E mia madre : "Ah, c'è posta pi mmia ??" E lui : "Certo signora, mica a fazzu iu a megghiu vita..." Poi era la volta dei miei zii che abitavano insieme a noi, di cognome Visconti : "MI MANCIASSI UN VISCUOTTU..." Era poi la volta dei Lo Bianco (sempre zii miei): "STA' IRNATA MI MANCIU PASTA IN BIANCU PICCHI' STAIU MALI DI STOMACU..." E così ad accorrere le mie zie Lo Bianco, ma il problema è che le zie Lo Bianco erano in tante e così si creava un pò di baldoria per capire a chi fosse indirizzata la posta.
Penso che quest'uomo faceva il suo lavoro con tanto amore se aveva voglia di soffermarsi e per ogni famiglia inventare una frase. O forse perchè ai tempi avevamo tutti più voglia di sorridere e più tempo per rapportarci col prossimo ????

A conclusione di questo graziosissimo racconto dell'amica Grazia, mi chiedo : Ma quando il postino recapitava bollette o tasse, si rideva lo stesso o lo si annaffiava con un bel "cato" d'acqua ?
[Racconto scritto da Grazia N.]
"QUELLO" DEL VINO
All’Acquasanta, oltre la piazza che dalla sabbia scura della spiaggia si apriva salendo fino alla chiesa, su per i vicoli che ancora oggi si intrecciano fin quasi alle falde di Monte Pellegrino, ricordo due taverne quasi sempre aperte.
La prima faceva anche da latteria, e a mezzogiorno qualche muratore, invece della solita mafalda divorata all’ombra di un muretto, poteva mangiarci un piatto di fave o due uova fritte accompagnate da un bicchiere.
Quanto a me bastava scendere giù con la bottiglia, fare settanta metri, dire che mi mandava mio padre e farla riempire dalla botte, ma non quella grande, l’altra, quella col vino buono, forse l’unico tra quelli che spacciava u zù Vanni.
In estate a volte, per un po’ di ghiaccio, mi portavo appresso una pentola di alluminio, gli dicevo sempre che mi mandava mio padre e lui con lo scalpellino ti staccava da un grosso blocco quattru irita, quattro dita di ghiaccio, con i bambini tutt’ intorno a saltare tra le schegge di acqua ghiacciata che schizzavano in tutte le direzioni.
- “Pi sta vota !”-per questa volta, diceva per fare intendere a tutti che si trattava di una cortesia particolare; poi tornava a coprire il ghiaccio con le coperte di lana per farlo durare più a lungo, a raffreddare le birre e le gazzose che rivendeva.
L’altra taverna era più lontana, appena appena per la verità, ma era già dopo il ricovero, il rifugio antiaereo chiuso e sigillato ma ancora in piedi; era una montagnola di calcestruzzo ripida e scivolosa per le nostre arrampicate di ragazzi e naturalmente sede di “spirdi”,di fantasmi, e passarci di sera da soli era un brivido che nessuno di noi amava provare.
Una sera tuttavia mi ci avventurai da solo per un litro di bianco di Alcamo, e sulla strada del ritorno, proprio nei pressi del ricovero, una figura scura si staccò dal muro barcollando e dirigendosi verso di me (o verso il mio vino ?).
- Lo sai come si impara a correre ?
Così, da soli, di sera e con una bottiglia di vino da portare in salvo a casa.
Col fiatone per la corsa e per lo spavento raccontai che un fituso di fantasma voleva impadronirsi di me e della bottiglia ,e naturalmente mio padre proclamò che in fondo gli spiriti che frequentano le taverne non fanno mai del male ai ragazzi, ma soprattutto non possono competere con loro nella corsa.
Anni dopo, e stento a dirti che ne erano passati solo una decina tanto il mondo e il quartiere erano cambiati, il vino ce lo portavano fino in casa; veniva uno da Partinico, col suo furgone Fiat 850T bianco carico di fiaschi, di pane di paese e di bidoni di vino, ma per quanto mi sforzi non riesco a ricordare come si chiamasse, perché per tutti era chiddu ru vinu, quello del vino. Suonava il campanello da giù, e prima che qualcuno rispondesse gridava : - Vinooo !
- Mammaaa, c’è "quello" del vino !
Saliva con un bidone e un grosso imbuto d’alluminio - “Buonasera signora !” e “Ciaoo” a noi bambini - e iniziava a riempire le bottiglie; ma per quanto ci mettesse attenzione nel travasarlo, sempre il vino fuoriusciva schiumoso, lungo la bottiglia e fino allo straccio sottostante, bagnando il pianerottolo, che restava a lungo odoroso fino ad una nuova pulizia della scala.
Di lui ricordo il giorno che venne tutto vestito a lutto, il viso pallidissimo, tanto che mia madre gli chiese chi gli fosse morto;
- Mio fratello ! - rispose, e alla domanda sul come :
- Ci spararu, signora, ci spararu !
Poco tempo dopo partì per l’ America, e non lo vedemmo mai più...
[Racconto scritto da Pippo V.]
Sono affreschi della vita semplice di una volta, vissuta, soprattutto dai bimbi, con tanta spensieratezza... 
Il porticciolo dell'Acquasanta

giovedì 17 maggio 2012

DALLA GANCIA ALLE BARRICATE - 27 Maggio 1860/27 Maggio 2012

Si svolgerà domenica 27 Maggio la "passeggiata" storica dal titolo "Dalla Gancia alle barricate". Sarà un ripercorrere, passo dopo passo, la mattinata del 27 Maggio di 152 anni fa, data dell'ingresso di Garibaldi a Palermo. Il percorso, organizzato dal gruppo Palermo Nascosta-Facebook, inizierà alle 9.30 e si snoderà per le vie del centro storico nell'arco della mattinata. Per chi ha già partecipato, lo scorso dicembre, alla passeggiata garibaldina, dico che ci sono, ovviamente delle tappe in comune, ma c'è la novità della rivolta della Gancia e in generale, il percorso è abbastanza diverso. 
Ecco l'itinerario completo e definitivo :
Palazzo Steri - Via IV Aprile - Cortile della Gancia - Via della Vetriera - Piazza Magione - Via Garibaldi - Piazza Rivoluzione - Via Divisi - Via del Bosco - Ballarò - Porta di Castro - Piazzetta delle Vittime - Piano della Cattedrale
La partecipazione è libera e gratuita...

lunedì 14 maggio 2012

LA LEGGENDA DEL COCCODRILLO

[ANEDDOTI] L'amico Angelo Trapani, che ringrazio, ha voluto dare un nuovo contributo a questo Blog, scrivendo su una leggenda molto famosa del nostro centro storico...
Nel mercato della Vucciria, all’interno di quello che una volta era un negozio di generi alimentari presso la via Argenteria, vi è tutt'ora appeso, nel soffitto, un grosso coccodrillo imbalsamato. L'animale, lungo oltre tre metri, con le enormi fauci spalancate, incuteva timore a chiunque si trovasse di passaggio nei suoi pressi. Era per i bambini una visione che dava gioia e timore allo stesso tempo...
Leggenda popolare vuole che il coccodrillo abitasse la fontana che si trova nella piazza Caracciolo, alla Vucciria. Fontana che un tempo si credeva alimentata dal flusso delle acque del sottostante fiume Papireto. Quell'enorme bestione, si narra, era nativo del lontano Nilo ma non si sa bene come, in qualche modo, riuscì ad arrivare via mare fin dalle nostre parti, e risalito il fiume Papireto trovò in quella fontana comodo rifugio per la sua esistenza. Il grosso coccodrillo, però, non si nutriva solo d'acqua ma aveva bisogno pure di "sostanza"...
Fu così che prese l'abitudine di divorare tutti quei bambini che si attardavano a giocare oltre le ore del tramonto nei dintorni. Nel quartiere, ben presto, si diffuse la paura che la bestia potesse divorare tutti i "picciriddi" e così alcuni tra i più coraggiosi giovani della Vucciria un giorno decisero di tendergli una trappola. Alle ore del tramonto, appena il coccodrillo si affacciò dal bordo della fontana in cerca della  sua vittima, in cinque lo agguantarono per la coda. Il possente animale si dimenava, e mentre in quattro tentavano di tenerlo fermo, il più lesto tra i giovani cosaggiosi fece in tempo ad infliggergli un fendente con un grosso coltello. Il giovane spinse con tutta la sua forza trafiggendo le dure carni dell'animale. E dopo che la lama penetrò sotto la gola, con tutta la sua forza continuò a spingere fino ad arrivare all'altezza dello stomaco. Il feroce animale, squartato, cadde esanime in una pozza di sangue e mentre tutti osservavano la scena, il pianto di una bambina si udì provenire dall'interno del suo stomaco. Il coccodrillo era ormai immobile per terra e fu allora che il giovane infilò le sue forti braccia dentro le carni insanguinate dell'animale, afferrando con le sue mani il corpicino di una bimba, ancora viva, che subito venne estratta fuori. La bambina miracolosamente si salvò e alla Vucciria fu festa... "Musica, balli e ciumi ri vinu" scorrevano per tutta la via dell'Argenteria, dalla fontana fino al mare !
La lungimiranza dell'amico Vincenzo Amodeo, odierno proprietario dell'immobile, che ringrazio, ha permesso che dopo 40 anni il coccodrillo della Vucciria,  restaurato, tornasse finalmente a far parlare di se da quel soffitto di via Argenteria 45, pronto a intimorire ogni malintenzionato.
Magari le cose non saranno andate proprio così... Chissà.
Sta di fatto che il coccodrillo è divenuto, negli ultimi 50 anni, una vera e propria mascotte del quartiere, o meglio, di ciò che "era" la Vucciria (purtroppo), attirando curiosi e turisti, nonchè famiglie con bambini, dentro quella piccola bottega.
Oggi, purtroppo, a Palermo i coccodrilli sono ben altri, e non solo alla Vucciria...
Il coccodrillo restaurato e appeso

(PS. Testo e foto di Angelo Trapani)

lunedì 7 maggio 2012

UNA "COMPAGNIA" NON PROPRIO GRADEVOLE...

[STORIE] Oggi Federico ci parla di una "Compagnia" che doveva confortare i condannati, spesso ottenendo l'effetto contrario...
Nella passeggiata storica dedicata ad esoterismo e Inquisizione (lo scorso 22 Gennaio), si era parlato di streghe, torture ed inquisizione, che potevano a tratti sembrare fantasie maniacali, ma che purtroppo erano le testimonianze tramandate di fatti e misfatti avvenuti a Palermo in altri tempi.
In alcuni casi durante le argomentazioni siamo apparsi crudeli e abbiamo quasi terrorizzato i nostri ascoltatori. Data l’esiguità del tempo, siamo stati volutamente superficiali su alcuni punti riproponendoci di approfondirli successivamente.
Difatti abbiamo parlato poco delle procedure, dei personaggi di giustizia, delle istituzioni ausiliarie per la conclusione di un ben riuscito spettacolo di morte nel rispetto di una splendida scenografia. Percorrendo via Alloro, deviando su vicolo della Salvezza, ci si ritrova in Piazzetta dei Bianchi... Proprio lì abbiamo fatto un piccolo intervento quasi sufficiente per identificare i personaggi. L’ambiente era soft, una piazzetta racchiusa fra antiche mura fra cui risplende un bel prospetto bianco tirato a lucido, un edificio austero con interni meravigliosi, vecchia sede di una Compagnia del "buon morire", definibile più Setta che Compagnia. Il poveraccio che finiva fra le grinfie di questa era segnato definitivamente, potendosi considerare più là che qua, avendo ormai raggiunto la terz'ultima tappa della propria vita prima di conoscere da vicino il boia... La cosiddetta Compagnia dei Bianchi, costituita da soli nobili, era essenzialmente il braccio infame delle amministrazioni giudiziarie dell’epoca, i confrati avrebbero dovuto lenire l'angoscia del morituro, ma effettivamente ne carpivano notizie che la tortura non aveva saputo cavare, e che immancabilmente riferivano agli inquirenti, affinchè questi le potessero utilizzare per cogliere nella propria rete altri colpevoli da condannare. In realtà, quindi, erano degli aristocratici adibiti a fare gli spioni, nel contempo esecutori di raffinate torture psicologiche. Tralasciando le contorte procedure per cui il condannato veniva dichiarato tale, limitiamoci a parlare della “presa in carico” e del “santo trattamento liberatorio”...
Il condannato, giudicato dalla giustizia ordinaria o dalla Santa Inquisizione, era consegnato al Presidente di Giustizia che mandava il “biglietto d’avviso” alla Compagnia, e da quell’istante cominciavano le ulteriori disgrazie per il poveraccio.
I confrati vestiti con saio bianco e cappuccio calato sul viso, per tre giorni confortavano l’afflitto, si preoccupavano che facesse un’ottima confessione e comunione mentre gli salmodiavano attorno. Analoghe compagnie della morte esistevano ovunque, ma sembra che il rito panormita fosse particolarmente ossessivo e impregnato di sadismo.
Sicché varie volte, fingendo che fosse giunta l'ora dell'esecuzione, andavano a prelevarlo verso l’alba con i ceri accesi, annunciandosi da lontano al canto del “Miserere” e del “De Profundis”, impiegando ore per percorrere corridoi lunghi solo qualche decina di metri. Quando alla fine aprivano la porta della cella,  avevano modo di accertare con gioia, di essere in parte padroni della morte, potendola facilmente evocare e giocare con essa : il condannato era a terra piangente, oppure svenuto o schiumante di paura. Non restava che rianimarlo e chiedergli se fosse o no rimasto edificato dalla esperienza fatta, e se ritenesse di aver fatto una preparazione al gran passo. Evidentemente non c’era neanche un pizzico di bontà nel loro operare, era soltanto sublimazione della malvagità nell’esternare il loro potere nei confronti di un ammasso di carne destinato al macello.
Terminate le prove generali, il giorno dell’esecuzione i Bianchi si mischiavano nella scenografia dello spettacolo, ma sempre in primo piano, accompagnando fino al patibolo il disgraziato, quasi per respirare l’esalazione dell’ultimo respiro, sicuramente purificato dal loro divino operato !
Nei tre giorni che precedevano l'esecuzione, i nobili confrati erano anche investiti di una sorta di "immunità"... Infatti in quelle 72 ore divenivano pressocchè intoccabili e potevano fare il bello e il cattivo tempo, tutto ovviamente col placet delle istituzioni politiche e religiose...
Non c’era nulla di buono in loro anche quando richiedevano "Diritto di Grazia" il giorno del Venerdì Santo. Sapevano di ottenere la grazia per un condannato a morte, ma erano coscienti di non fare un gran favore allo sfortunato, che non sarebbe stato reso libero ma avrebbe iniziato una vita ben più derelitta della morte a cui era destinato. Nel migliore dei casi avrebbe servito nella flotta imperiale facendo il rematore, godendo al massimo per due anni del trattamento di "frusta", di attacchi di fastidiosi parassiti, della sete, delle infezioni, dello scorbuto. Il graziato in queste condizioni avrebbe trascinato la sua vita per appena due anni, maledicendo il remo, i Bianchi e la Grazia, sperando caldamente di morire in battaglia o di essere preso prigioniero dal turco infedele, magari abiurare e morire tra minori stenti in una galera musulmana...
L'Oratorio dei Bianchi alla Kalsa




 

mercoledì 2 maggio 2012

PALERMO CAPODIMONTE

Messe da parte le discussioni, le polemiche, le critiche ed il dibattito che si è creato, sul blog, e anche altrove, riguardo al precedente post, dove c'era poco da ridere, proviamo oggi a sdrammatizzare e tirare fuori delle chicche di "palermitanità" frequentissime per chi, come il sottoscritto, gironzola nei mercati popolari del centro storico. 
Viva la Vucciria, il Capo e Ballarò...
Dovrei pure scrivere viva l'ignoranza ?
No, non lo scriverò, perchè questa forse, più che ignoranza, è una forma d'arte "involontaria", perciò, come tale, innovativa, ma allo stesso modo, attraente. Ringrazio Nora e Franci per alcune foto fornitemi... Buona visione a tutti !
PS. Il titolo del post proviene non tanto dal latino, ma da una battuta di un venditore ambulante del Capo che tempo facommentava così la scritta su una rivista, "PALERMO CAPUT MUNDI" : "PALERMO CAPODIMONTE... Ma chi beni a diri? A porcellana ?"

lunedì 23 aprile 2012

PRENDI L'ARTE E...METTILA DA PARTE ?

Non sono un artista e nemmeno un intenditore di arte, ammiro ciò che mi piace e mi va di ammirare, ma lo faccio a 360°, senza pormi problemi di classificare certe cose, o di snobbarne altre. A seguito del percorso fatto alla Vucciria lo scorso 15 Aprile, ho notato che i commenti ad un certo punto, hanno iniziato a concentrarsi sul degrado di piazza Garraffello e non solo…
C’è un artista austriaco, tale Uwe Jantsch, che vive a Palermo ormai da quasi 10 anni, che ha, a suo modo, “abbellito” ciò che restava di certe costruzioni crollate (per incuria e degrado o perché residui di bombardamenti della seconda guerra mondiale), con delle sue applicazioni, dando risalto all’aspetto più sporco del quartiere, in questo caso, ovvero l’immondizia, definendo Palermo il “paradiso della spazzatura”, non volendo, sicuramente, con questa sua affermazione, offendere la nostra città, e ci mancherebbe altro, ma mettendone in risalto, agli occhi del mondo, le doti secondo lui più interessanti (Vedi anche video relativo : Palermo paradiso dell'immondizia).
Imbrattando muri (tra cui quelli del palazzo Mazzarino ed altri lì attorno) e inserendo oggetti vari tra macerie e cumuli di rifiuti, Jantsch si è detto orgoglioso della sua arte…
Ma adesso mi chiedo (e vi chiedo) : ma scrivere a caratteri cubitali rossi “UWE TI AMA” sul prospetto del già citato palazzo Mazzarino (degradato all’inverosimile ma di importanza storica notevolissima) è arte ? Esaltare la spazzatura è arte ?
La piazza Garraffello e i suoi dintorni sono stati riveduti e corretti dalla mano dell’artista teutonico come se il quartiere fosse una mostra perenne a cielo aperto…
Leggo su internet che la Provincia Regionale di Palermo esaltò le composizioni di piazza Garraffello a tal punto da inserirle sulle guide per i turisti, allo stesso modo della Cattedrale, della Cappella Palatina o di tanto altro... Il Comune invece fu contrario e smantellò parte di ciò che era stato realizzato.
Sarò io (e non solo io) che non ci capisco nulla di arte, e questo ci può pure stare, ma mi pare che violentare in questo modo certi nostri luoghi, già in pessime condizioni, non so fino a che punto si possa definire arte…
Spero che qualcuno mi possa spiegare dove sta l’aspetto artistico.
Soprattutto spero di capire anche chi ha permesso tutto questo che a me personalmente non piace proprio e, da quello che ho letto nei giorni scorsi, non sono il solo a pensarla così…
W Palermo città d’arte, seppur coi suoi problemi e le sue “incurie”, ma che sia Arte con la A maiuscola…

Chi imbratta i monumenti è artista ? Palermo allora è una patria di artisti...

"Uwe ti ama"... Mauro "risponde"... Anche questa è arte
L'arte di Uwe Jantsch a piazza Garraffello
Il quartiere è rinato grazie a questi murales ?
Arte...
Arte ed ironia...


Commentate scrivendo la vostra nello spazio sotto...

lunedì 16 aprile 2012

UNA DOMENICA MATTINA A "FARE VUCCIRIA"

Si è svolta domenica 15 Aprile la quarta "passeggiata" storica del gruppo Palermo Nascosta. Stavolta era in programma un giro del quartiere della Vucciria. Breve, ma efficace, il percorso è partito da piazza S.Domenico, dalle origini del mercato popolare, nato in periodo angioino perchè luogo di macellazione della carne (il termine francese "Boucherìe") e sviluppatosi nel corso dei secoli sino all'odierno stato di degrado e semi-abbandono. Per la grande folla di gente che sino a pochi anni fa era solita frequentare il mercato, il termine Vucciria è da sempre, per i palermitani, sinonimo di confusione. Una cosa purtroppo scomparsa, nell'attualità...

Apprezzato e conosciuto in tutto il mondo, il quartiere della Vucciria è stato oggetto di discussione, durante l'itinerario mattutino, per tanti aspetti che lo riguardano. Dalle sue diramazioni arabe e medievali, piazza S.Andrea, via Ambra e piazza Appalto, al punto in cui, tra via s.Eligio e via Materassai, riapparve dal sottosuolo il corso del fiume Papireto (vedi post "Il fiume che riapparve"), sino ai palazzi nobiliari ma decadenti di piazza Garraffello (vedi anche post: "Palazzo Rammacca" e "Palazzo Mazzarino"), nonchè ai suoi personaggi meno conosciuti, già descritti in passato (vedi "Un bullo del dopoguerra" e "Il dramma di Carmelo") e altri invece famosi come Pino Caruso e Franco Franchi.
Tra storia e aneddoti, la passeggiata ha avuto i suoi momenti più importanti soprattutto a piazza Garraffello, via Chiavettieri e piazza Caracciolo, dove si è conclusa.
Ecco il percorso intero, con i vari spunti di discussione tra parentesi :
Piazza S.Domenico (introduzione sul mercato della Boucherie e la cucina povera palermitana) - piazza S.Andrea (l'omonima chiesa nel tessuto stradale medievale-la corporazione degli Aromatai che subentra al nucleo degli Amalfitani) - Via Ambra (antichissima via dove nacquero i primi artigiani di pietre preziose) - piazza Appalto (percorso arabo dove c'era l'antica manifattura dei tabacchi) - via Materassai (dove abitarono i Florio e l'attore Pino Caruso) - piazza Garraffello coi suoi palazzi del'500 e la storia delle logge - via Terra delle Mosche (antica strada del'400, antico luogo commerciale e dove visse da bambino l'attore Franco Franchi) - via Chiavettieri e via Cassari (l'attività artigianale della stradina con mostra di cimeli originali, e un paio di episodi accaduti tra gli anni'30 e gli anni'50) - piazzetta del Garraffo (Il Genio di Palermo, la chiesa di S.Eulalia e la sua leggenda, la famosa foto di E.Sevaistre del 1860) - piazza Caracciolo e via Maccheronai (il vicerè che dà un diverso assetto al mercato, e la strada dove si iniziò a produrre a Palermo la pasta). Ringrazio coloro che hanno scattato foto, che postate qui di seguito fanno da perfetta cornice al racconto dell'itinerario...
Il ritrovo del gruppo a piazza S.Domenico
 
Piazza S.Andrea con l'omonima chiesa

Da piazza S.Andrea si accede in via Ambra
Da via Ambra si va verso piazza Appalto
L'antichissima piazza Appalto
Il gruppo in piazza Appalto
Il percorso prosegue a piazza Garraffello
Arriva il gruppo a piazza Garraffello
La via Terra delle Mosche
La casa dove abitò Franco Franchi da bambino
Tra via Chiavettieri e via Cassari
Due catenacci originali dell'800 relativi a via Chiavettieri
La piazzetta del Garraffo col Genio
La chiesa di S.Eulalia dei Catalani
Il gruppo si avvia verso piazza Caracciolo
Da piazza Caracciolo si scorge via Maccheronai
Grazie di cuore a tutti gli amici che hanno preso parte alla passeggiata, seguendo le varie tappe con attenzione ed un pizzico di ironia e buonumore, perchè da buoni palermitani amanti della nostra città,  sono cose non devono mai mancare...